Un giorno entrò al Roma un gigante di una simpatia eccezionale: un omaccione da manate sulle spalle.

Ancora oggi mi sembra di vederlo avanzare deciso, con un pappagallo avvinghiato al collo e a braccetto di un’esile graziosissima donna. L’altro braccio, fasciato, era sorretto da un fazzolettone legato dietro la nuca.

Non dimenticherò mai più quel mezzogiorno incandescente di sole. Avevamo appena finito di agganciare alle vetrate le nuove tende color vinaccia che donavano all’interno, con i riflessi sfumati dei raggi del sole, un’atmosfera incantevole.

Osservai il gigante e la donnina già seduti e mi avvicinai per salutare quei nuovi avventori com'era mia consuetudine. Il pappagallo stava succhiando la schiuma della birra del bicchiere che l’omone gli porgeva. “Ernest Hemingway, Mary mia moglie, Pedrito”. Indicò il pappagallo.

Dopo il gran successo del romanzo “Il vecchio e il mare”, ritornò altre volte con la moglie e Pedrito che volava sulla mia spalla per gustarsi uno zuccherino.

Una sera gli mostrai l’album con la raccolta degli autografi dei più illustri clienti del Caffè Roma e come avevo inserito la sua dedica. Soggiunsi che, seppure ben rilegato e ben impaginato, quel volume mi era scomodo e non soddisfaceva la mia ambizione di far leggere le celebri firme a tutti.

Hemingway al bar Roma di Alassio

Accennai all’intenzione di riportare le firme su piastrelle di ceramica da applicare sul Muretto. Approvò l’idea ma con scarsa convinzione temendo che potessero sembrare degli epitaffi:

“Si può tentare", mi disse, “ma il risultato non sarà molto allegro, a meno che…” e rimase soprappensiero.

“A meno che?”

“Siano diverse una dall’altra.” Supponeva si trattasse di piastrelle rettangolari scolpite in nero, ma si entusiasmò quando precisai che le piastrelle sarebbero state differenti, irregolari, di vivace diverso colore, alternate da ornamenti di ferro battuto, con decorazioni e abbellimenti vari.”

posa delle piastrelle

 

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la piastrella firmata da Ernest Hemingway

Hemingway